Scorgiamo la scultura "Il nido" di Luciano Fabro molto prima di essere arrivati, entità bianca e lucente rivolta verso di noi dall'entroterra di Vedøya. L'unico modo per arrivarci è in barca da Røstlandet. (...)
Il traghetto deve fermarsi un pò distante dalla riva a causa delle lunghe secche. Veniamo quindi condotti più avanti con dei gommoni, procedendo di tanto in tanto tra ammassi di alghe e grandi rocce che increspano la superficie dell'acqua. Il nido è necessariamente situato al centro dell'isola, dove il terreno collinare si appiattisce dopo una leggera ascesa dalla battigia (...)
Il nido è costituito da due ingranaggi semi-sepolti e spessi che emergono inclinati da terra. Nello spiraglio creato tra di loro sono collocate tre uova di uccello. Sia le uova che gli ingranaggi sono in marmo italiano – bianco di carrara. In realtà, non sono gli ingranaggi che vediamo, ma le sezioni di colonne greche di ordine dorico – evidente, considerando la scelta del materiale. Non è un caso che la scelta sia caduta su un artista italiano: nel 1432 la comunità di pescatori di Røst fu visitata da un gruppo di marittimi italiani naufragati sull'isola, guidati dal mercante Pietro Querini. Si stabilirono da allora rapporti commerciali tra le due comunità. Mentre gli uccelli migrano verso sud (insieme allo stoccafisso prodotto a Røst), il marmo viene trasportato verso nord. Le colonne e le uova rappresentano le due sfere che qui si incontrano: la cultura mediterranea e l'avifauna locale. (...)
Il nido esprime metaforicamente la relazione ambivalente tra uomo e natura, enfatizzando allo stesso tempo la sua persistente collocazione al di fuori della funzione dell'arte come elemento mobile (ingranaggio) nel flusso globale di persone, merci, capitali. L'arte contemporanea è un "oggetto globale". Non ha importanza dove esso sia, non appartiene mai ad un luogo definitivo. Anche un'opera connessa al suo sito come quella che Fabro presenta qui, sepolta per metà come a fingere che questo sia il posto a cui appartiene, ha il movimento circolare come movente, fine e conseguenza. Una tale mobilità e una capacità di cambiamento corrispondenti a quelle dimostrate dall'arte e dai suoi professionisti, collezionisti ed interpreti, tuttavia, non è da tutti.
Stian Gabrielsen, da Skulpturlandskap Nordland (Il panorama scultoreo nel Nordland), Senza titolo Editore 2017. Estratto. Riprodotto con il permesso dell'editore.
Traduzione di Daniela Santori
Fotografia di Kjell Ove Storvik


















